Sabato scorso, nella tarda mattinata, un corteo di alcune centinaia di tifosi del Padova, guidato dai capi ultras, è sfilato per le vie del centro protestando contro il presidente della società euganea. E fin qui, visto che non si sono registrati incidenti, non ci sarebbe stato nulla da dire. Il fatto però che tutti i candidati sindaco della città abbiano atteso il corteo davanti al palazzo del comune, e che poi abbiano ricevuto in una delle sale municipali una delegazione di ultras del Padova, ha suscitato in noi un misto di rabbia e indignazione.
Soprattutto perché alcuni dei delegati che si sono seduti a trattare con i candidati sindaco hanno un curriculum giudiziario di assoluto rispetto, come ben spiega un commento pubblicato sul Corriere del Veneto di domenica 18 maggio. Personaggi a carico dei quali risultano condanne per episodi gravissimi. Uno di loro era persino vice presidente del gruppo Hells Angels di Padova e, come ricorda l’articolo, era stato arrestato e condannato per aver, tra l’altro, provocato una rissa tra bande di motociclisti alla Bike Expo di Verona nel 2009, sottraendo durante gli scontri un casco ai poliziotti in servizio, e distinguendosi mentre, ripreso dalle telecamere, picchiava appassionatamente i nostri colleghi.
In quel processo il Siulp di Verona riuscì per la prima volta ad essere ammesso come parte civile. Ecco perché per noi è stato offensivo vedere che tutti i nove candidati sindaco di Padova, senza distinzione di schieramento politico, non hanno provato alcun imbarazzo a sedersi ad un tavolo con questi personaggi, giungendo persino a sottoscrivere una dichiarazione di intenti secondo la quale si impegneranno per favorire una alternativa imprenditoriale al vertice societario.
Quasi tutti i sindacati di Polizia hanno denunciato, con toni più o meno vibranti, la gravità dell’accaduto. Non altrettanto ha fatto invece il Coisp, che per bocca del suo Segretario Nazionale ha ritenuto opportuno fare delle distinzioni, in quanto, come da lui dichiarato, «vanno condannate le azioni inappropriate, non un gruppo o una fede in generale» (vedi estratto qui di fianco).
Un ragionamento inaccettabile, soprattutto nel caso di specie, in cui era ben chiaro che la ristretta delegazione degli ultras ricevuti con gli onori riservati agli ospiti di riguardo era composta anche da individui di nota fama. Talmente nota che sono stati gli stessi giornalisti che ci hanno contattato a fornirci una puntuale elencazione dei loro particolari “meriti giudiziari”.
Per quanto ci riguarda, a prescindere dal colore politico assunto quale riferimento ideale, chiunque aderisca a movimenti ispirati a logiche antagoniste – siano essi i No Tav o gli ultras – ed abbia tra gli scopi primari l’aggressione alle forze di Polizia non può essere considerato un interlocutore delle istituzioni e di chi si candida a rappresentarle.
Ecco perché, diversamente da come la pensa Maccari, per noi essere ultras non è una «fede», e non ci appassiona la circostanza che tra gli ultras ci siano anche non delinquenti. Non fino a quando i capi di questi gruppi, come quelli che sabato a Padova sono stati apprezzati ed accettati come interlocutori, hanno un vissuto giudiziario caratterizzato da condanne per aggressioni a poliziotti e per azioni violente in generale.
E abbiamo ragione di credere che il nostro sia un sentimento condiviso dalla stragrande maggioranza delle migliaia di poliziotti che, ogni settimana, sono costretti a confrontarsi con i riti celebrati dai sacerdoti di questa singolare «fede».
Il Segretario Generale Regionale
Silvano Filippi